L’America può anche aver deciso che l’Europa non le serve più, e Trump può divertirsi a definirci “paesi decadenti e deboli”, ma la realtà racconta un’altra storia. L’ho vista con i miei occhi, a maggio, nei quartieri più popolari di New York: palazzi sfondati, gente strafatta di crack sulle scale, servizi pubblici allo sbando. Se questo è il “modello forte”, allora abbiamo proprio idee diverse di forza. Qui in Europa i problemi ci sono, eccome, ma il livello civile, sociale e infrastrutturale non è neanche paragonabile.
E la differenza spesso la fanno i fondi europei: PNRR, FESR, FSE+, sviluppo rurale. Soldi veri che dall’UE passano a Ministeri e Regioni, diventano bandi e graduatorie, e a cascata arrivano ai Comuni sotto forma di opere concrete: scuole messe in sicurezza, mense e palestre rinnovate, parchi rigenerati, impianti fotovoltaici, efficientamento energetico, digitalizzazione dei servizi. Senza Bruxelles, moltissimi interventi nei piccoli centri come Bertonico non esisterebbero nemmeno sulla carta.
Mentre qualche nostalgico del ritorno alla lira si aggrappa ai deliri del passato, il vero ostacolo dell’Europa resta un altro: gli interessi particolari dei singoli Stati, che frenano una integrazione che renderebbe il nostro continente il più grande mercato unificato del pianeta, con un peso geopolitico tale da zittire definitivamente chi oggi ci insulta da oltre oceano.
E basterebbe guardare i nostri municipi per capire la sostanza delle cose: accanto al tricolore sventola sempre la bandiera europea. Non è folklore. Non é solo un obbligo istituzionale. È il simbolo materiale di ciò che ci finanzia, ci protegge, ci fa competere e ci tiene agganciati al mondo moderno. Esserne fieri è doveroso; pretendere più Europa è l’unico modo per non farci sbranare dai lupi che, fuori da essa, non aspettano altro.