L’altro giorno mi sono messo a spulciare online un testo che sta facendo parecchio discutere in quanto si sta lentamente trasformando in programma elettorale: era uno di quei manifesti politici tutta patria, tradizione e “caro vecchio buonsenso“. Mentre andavo avanti con la lettura, continuavo ad avere una strana sensazione di déjà-vu. Un formicolio mentale che mi diceva: questa roba l’hai già letta da qualche parte.
E allora sono andato a rispolverare la memoria storica e un famigerato saggio scritto esattamente un secolo fa (trovato online, sia chiaro, prima che gli ospiti a cena vedano certe copertine in libreria e chiamino la DIGOS). Ho fatto un confronto passo per passo e il risultato è spiazzante: i due autori sembrano usciti dallo stesso corso di scrittura creativa.
Prendete ad esempio la teoria del complotto. Nel primo libro la colpa di tutti i mali del mondo è della lobby LGBTQ+, delle eco-femministe e della dittatura del politically correct. Nel secondo, la matrice di ogni sventura era la plutocrazia giudaico-massonica. Il meccanismo però è identico: se la mattina pesti una cacca per terra, non è per via della tua disattenzione e del padrone del cane insolente, ma perché c’è un’oscura congiura internazionale nei salotti bene per minare la tua virilità.
Poi c’è questa divertentissima ossessione per il passato. In entrambi i testi si rimpiange un’età dell’oro perduta, un’epoca mitica in cui gli uomini erano veri uomini, i fiumi scorrevano nel senso giusto e nessuno si sognava di mettere in discussione le gerarchie. Chiunque sia fuori da questa narrazione non è semplicemente qualcuno che la pensa diversamente: è un “deviato”, un errore della natura, o un agente sovversivo arrivato per rovinare la festa.
Anche sul tema dell’identità le traiettorie si sovrappongono in modo imbarazzante. Da un lato ci si accalora nel definire la “normalità fisiologica” e i “tratti somatici tradizionali” di un popolo (a me sinceramente mette i brividi pensare di fare questi discorsi nel 2026); dall’altro si teorizzava la purezza biologica e lo spazio vitale, il Lebensraum. Cambia il lessico, certo, ma l’idea di fondo resta la stessa: se non hai il pedigree approvato dall’autore, su questo pianeta sei sostanzialmente un abusivo e devi essere eliminato; con lo Zyklon-B o remigrato non si sa bene come a seconda dell’autore.
Infine c’è il metodo: piallare qualsiasi forma di complessità, perché il mondo non ne ha bisogno, no? Niente sfumature, niente sociologia, filosofia solo quella dominante e niente dubbi in generale. Solo un’ascia affilata per dividere il mondo in due categorie chiarissime: i normali e gli altri.
A questo punto vi starete chiedendo quali siano i due libri in questione.
Il primo è Il mondo al contrario di Roberto Vannacci. Il secondo è il Mein Kampf di Adolf Hitler.
Passano i secoli, cambiano i gradi militari e la qualità della stampa, ma la ricetta del bestseller sovranista non delude mai. Prendi un bel po’ di paranoia, condisci con un vittimismo generoso e servi tutto ben caldo a chi prova una profonda nostalgia per un passato che, semplicemente, non è mai esistito. Con buona pace di chi continua a credere alle favole.
