C’è un obbligo morale, in questi giorni, che trovo insopportabile: quello di essere forzatamente nazionalpopolari. Sanremo si accende e, come per magia, cala un velo di rassicurazione su tutto.
Un grande spettacolo che vuole convincerci che, in fondo, vada tutto bene.
Ma la verità sta altrove. Come recita quel capolavoro di cinismo verace che è Boris:
“Questa è l’Italia, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte.”
È lo spaccato perfetto di questo sciagurato Paese: un’anestesia collettiva fatta di fiori, led e paillettes, mentre fuori la nostra realtà cade a pezzi. Sanremo non è lo specchio del Paese, è il suo diversivo preferito. Preferirei meno sorrisi di plastica e molta più verità. Verità nell’informazione, nell’approfondimento, nelle interazioni sulle cose che contano davvero.
 Evidentemente chiedo troppo.
2 commenti
È un festival della Canzone Italiana, presentato come un varietà, credo che quello debba fare, perchè possa portare ascolti e qualità musicale.
Per il resto ci sono i talk show…
Tutto giusto Stefano, però qua è mancata la qualità musicale, la qualità del varietà e di conseguenza sono mancati gli ascolti.
Ho trovato francamente irritante il qualunquismo con cui sono stati trattati i temi come la disabilità e l’intelligenza artificiale. Varietà va bene, ma su una vetrina del genere non puoi sbagliare niente e non puoi banalizzare così drammaticamente questioni di rilevanza.
Ma come ho detto, probabilmente sbaglio io.